domenica, 07 giugno 2009
A volte capita che hai una crisi mistica, e passi quasi due ore in chiesa, a cercare
quella fede che hai perso e sai perché.
E poi a volte capita che la fede ti sembra di ritrovarla, di avere di nuovo Speranze.
E osi Chiedere di nuovo.
Sempre le stesse, fondamentali, cose.

E capita il giorno dopo che invece di tornare a galla, come Speravi,
un dito enorme scende dal cielo e ti affossa, ti affoga.
Spinge forte e non serve a nulla urlare piangere e strappare le tende, sei lì.
Subisci. Patisci.
Non hai via d'uscita, niente salvagente.

E capita, a volte, a volte capita che due giorni dopo ti svegli e ti rendi conto che forse (forse, giacché certezze quasi non ne hai più) era necessario toccare davvero il fondo (e per quanto tu sia consapevole che in ogni momento nero della vita si pensi "Questo è il momento più nero della mia vita", questa volta sai che è stato il periodo più nero forse non della tua vita ma della tua anima sì, tagliuzzata lacerata).

E forse (forse) ora non si può che risalire. Il che mica vuol dire che è facile, eh. Però almeno vedi una luce, lassù. E allora, di nuovo, "non c'è un riflettore talmente potente da illuminare da Troia al Lazio, ma per fortuna abbiamo le automobili, con i loro fari che illuminano soltanto qualche metro avanti e non ti permettono di vedere tutto, ma ti portano lungo la strada e prima o poi conducono alla meta".
E allora, di nuovo, un po' Speri. Nel buio, per mano a lei. Un po' in auto, un po' in motorino, un po' in monopattino, a volte a piedi con gli occhi rossi.
sabato, 09 maggio 2009
" Forse le cose stanno esattamente così: quelli che vale la pena di amare veramente sono quelli che ti rendono estraneo a te stesso.
Quelli che riescono a estirparti dal tuo habitat e dal tuo viaggio, e ti trapiantano in un altro ecosistema, riuscendo a tenerti in vita in quella giungla che non conosci e dove certamente moriresti se non fosse che loro sono lì e ti insegnano i passi i gesti e le parole: e tu, contro ogni previsione, sei in grado di ripeterli."


A. Baricco, dalla prefazione di "Chiedi alla polvere" di John Fante

sabato, 09 maggio 2009
SCENA:
Tendone del circo, molto sviluppato in altezza;
Interno giorno o notte, un momento qualunque della giornata, in loop perenne.
Una pista rotonda, molto grande, circondata da una tribuna con le poltrone di plastica.
Una parete di plexiglass  alta decine di metri che divide completamente non solo la pista ma anche le due ali di pubblico, una vistosamente meno affollata dell'altra.
Nella pista, uno per ogni metà, due materassi che attutiscono eventuali cadute. Piccoli, molto piccoli entrambi rispetto alle dimensioni del tendone e della pista stessa.
Musica da circo che proviene dall'alto.

Carrellata sui volti del pubblico, in entrambe le metà: ognuno impegnato a farsi i fatti propri, a parlare, a scrivere, a leggere o telefonare. Nessuno sembra interesasto a quello che succederà (o sta già succedendo?) nel tendone.

Piano d'insieme dagli spalti, carrello in avvicinamento alla parete di plexiglass, si vedono i due materassi: uno nitidamente, l'altro, dietro la parete di plexiglass, è praticamente un'ombra sulla pista di terra battuta.

La macchina da presa sale lungo il plexiglass, vertiginosamente, piegandosi e mostrando quanto la cima del muro sia lontana dal pubblico, e dal pavimento. La musica cresce con il movimento di macchina, fino a diventare assordante.

Un movimento circolare scopre, esattamente a metà della cima della parete di plexiglass, una figura umana, un giovane uomo, che tiene stretta nelle mani una lunga asta che dovrebbe aiutarlo a mantenere l'equilibrio su quella specie di corda postmoderna larga non più di cinque centimetri.
È lì da non sa quanto tempo, assordato dalla musica, a tratti abbagliato dalle luci.

Davanti e dietro il protagonista, alle due estremità della corda postmoderna, due grossi pannelli si muovono verso di lui: lo costringeranno a lanciarsi, da una parte del plexiglass oppure dall'altra.
Il pubblico continua a non interessarsi di nulla, forse non vede neanche cosa sta succedendo lassù.

Soggettiva del giovane uomo, che guarda da una parte della pista e poi dall'altra: a questa distanza sembra che sia impossibile atterrare su uno dei due materassi, che paiono piccoli e sottili, per nulla adatti a ammortizzare una caduta di quel genere.

I pannelli sono sempre più vicini.

Allucinato, sconvolto, sicuramente febbricitante, il giovane uomo guarda ancora in basso: alla sua destra vede comparire un sorriso meraviglioso, di donna, con due occhi luminosi che promettono felicità.
Alla sua sinistra il suo cervello proietta un futuro di successi e soddisfazione, ma non compare alcun sorriso.

L'unica certezza è la consapevolezza del rischio, in entrambi i casi, per entrambe le metà, per qualunque  decisione prenda il giovane uomo.

I pannelli continuano a muoversi verso di lui, potrebbe toccarli con l'asta che tiene in mano, ma che gli scivola, scomparendo prima di toccare terra.

I pannelli non si fermano.

Il giovane uomo sa che tra poco si dovrà tuffare, dovrà scegliere.

Primo piano del suo sguardo, smarrito, che diventa deciso e determinato. Dettaglio sugli occhi del protagonista, dai quali esce una lacrima, una sola. Proprio mentre li chiude.

Dissolvenza in nero.


FINE
venerdì, 08 maggio 2009

Mi avviai lungo il corridoio fino al pianerottolo della scala di emergenza e lì mi abbandonai al pianto,

incapace di fermarmi,

perché Dio era un porco, un miserabile bastardo,

e non avrebbe mai dovuto combinarle uno scherzo del genere.


Scendi giù dal tuo paradiso,

Dio,

scendi che ti spacco la faccia, maledetto buffone.


Se non fosse per te, questa donna non sarebbe così conciata e tutto il mondo andrebbe sicuramente meglio; se non fosse per te, mi sarei fatto Camilla Lopez, giù alla spiaggia. E invece no!

Tu pensi solo a scherzare, e guarda un po' cos'hai combinato a questa donna e cos'hai fatto dell'amore di Arturo Bandini per Camilla Lopez.


Allora la mia tragedia mi parve più grande di quella della donna e io mi dimenticai di lei.

 

 

 

 

John Fante, "Chiedi alla polvere"

postato da: IoSonoEnea alle ore 14:39 | Permalink | commenti
categoria:citazioni, lavoro, intersezioni, bivii, tradimento, amore , house home
giovedì, 02 aprile 2009

Il tarlo-mosca è un parassita della famiglia dei paranoleotteri che si insinua all'interno del corpo umano nei modi più disparati (sussurrato all'orecchio, durante il rapporto sessuale, sputato in faccia, respirato nell'aria...) e, in silenzio, raggiunge il suo traguardo: il cervello.

Una volta penetrato nel cervello, il tarlo-mosca rende evidenti le sue caratteristiche salienti, a cui deve il nome: scava come un tarlo all'interno dell'organo cerebrale, trapassandolo di cunicoli attraverso cui il liquido corrosivo che si lascia alle spalle procurerà un forte bruciore; e soprattutto cessa di essere un parassita silenzioso, e si mette a ronzare come una mosca con le sue alucce minuscole e rumorose, che non gli permettono di prendere il volo se non per pochi istanti, in buffi e impacciati salti.

Il tarlo-mosca uccide la sua vittima per sfinimento, creando anche allucinazioni ottico-acustiche ed alterazione della percezione della realtà, resa ancora più grave dal suo tentativo di riproduzione: le piccole larve, infatti, emanano un gas che rende impossibile alla vittima dell'infestazione la distinzione tra la realtà che la circonda e quella creata dall'animaletto.

Al momento, esistono vari sistemi per arginare i danni provocati dal tarlo-mosca. Tuttavia, purtroppo, non è stato ancora trovato il modo di debellare definitivamente la minaccia. Anche perché, se in rarissimi casi si è riusciti ad uccidere l'animale, non sono noti invece casi in cui il tarlo-mosca sia stato sconfitto prima di aver depositato alcune larve. Queste, dopo un tempo di incubazione variabile, inizieranno ad assaltare il cervello della vittima, esattamente come il loro genitore fece prima di morire.

sabato, 21 marzo 2009
(per il titolo, grazie P.)

Grazie a Chiara, invece, per avermi fatto scoprire come prosegue il mito platonico degli Androgini:


 Aristofane continua:
Ordunque, allorché la forma originaria fu  tagliata in due,
ciascuna metà aveva nostalgia dell’altra e la cercava;
e così, gettandosi le braccia intorno e annodandosi l’una all’altra
per il desiderio di ricongiungersi nella stessa forma,
morivano di fame e anche di inattività,
poiché l’una non intendeva far nulla separata dall’altra”.
lunedì, 09 marzo 2009
Forse questo è un post banale.
Ma forse le cose che vediamo e viviamo oggi ci obbligano, se abbiamo ancora un po' di cervello, a fare riflessioni banali.
(nasce anche e soprattutto da eventi
vissuti recentemente
non in prima persona
ma come testimone attivo ed emotivo)

Di questi tempi si fa un gran parlare di bullismo-violenza-abusi-soprusi.
E poi:
Il bullo per eccellenza, Corona, è protagonista di un reality.

La sua accompagnatrice
(nel senso di escort, non nel senso di persona che si intrattiene in sua compagnia)
conduce un programma tv.

Gli autori di un altro reality invitano i protagonisti a fare più sesso.
Del resto, urla, liti, lanci di bicchieri e nudità forse non fanno più audience.

Qualcuno deve,
per promettere e dimostrare fedeltà al suddetto Corona nel succitato reality,
baciargli i piedi.

E nessuno dice niente?

Su facebook è nato un gruppo che vuole boicottare Berlusconi non guardando mediaset per una settimana. Vogliono festeggiare così il compleanno del nuovo governo B.

Ma quello che dico io è: la politica può mettere in ginocchio un paese (e non voglio entrare nel merito ora, non mi interessa). Ma la cultura (non la Cultura, la cultura: ciò in cui viviamo, ciò che viviamo) può mettere in ginocchio una popolazione.

Seriamente. Con che coraggio metterò al mondo un figlio, domani o fra dieci anni? Come potrò salvarlo, tutelarlo? Trasformandolo in un disadattato sociale senza la tv? Nemmeno. Perché io, che so tutto o quasi di grandi fratelli talpe fattorie e amici delle varie De Filippi, non vedo questi programmi.
Ho una casella di posta su Libero.
Ogni giorno leggo la prima pagina del sito della Stampa.
Sento conversazioni.

Il futuro mi angoscia.
Non per me, che sono quasi adulto, quasi maturo,
il mio percorso è avviato e il mio cervello (inteso come organo pensante) si è già sviluppato.

Per mio figlio, che verrà prima o poi.
Per mia sorella,  che già c'è e che attraversa le tempeste dei 15 anni.
Vedo buio.
postato da: IoSonoEnea alle ore 12:23 | Permalink | commenti (2)
categoria:famiglia, intersezioni, vita reale, bivii, riflettendo allo specchio
domenica, 08 febbraio 2009
Sto deglutendo lentamente l'intrico di peli e capelli che ho tolto dallo scarico della doccia.
Mi graffia l'esofago e mi graffia pure gli occhi.
Non ho più fiato per parlare, me ne rimane solo quel poco che è necessario per inspirare ed espirare.
Sensazione di tradimento, disprezzo subito, patito e inflitto.
Senso di colpa che non mi schiaffeggia nè tenta di strangolarmi ma se ne rimane lì, nel suo angolino, e mi guarda subdolo, furbo, sapendo che mi ha in pugno anche se sotto sotto io lo so che.
Confusione su tutti i fronti, cieco, nel buio più scuro.

Ho voglia di essere compatito. A volte fa bene. Non troppo, perché poi si sprofonda. Ma un pochino sì... il calore della compassione, di un amico che ti mette una mano sulla spalla o ti abbraccia e ti dice Poverino oppure Dai vedrai che si sistemerà tutto oppure Se anche le cose precipitassero più di quanto stanno facendo ti rimetterai in piedi... No. No. Quello di cui ho bisogno ora è solo un Poverino. So che le cose si rimetBlaBlaBlaBlaBla... Lo so. Voglio solo una pacca sulla spalla e un Poverino.

Quanti Enea ci possono essere in me? Quante Ilio fumanti sulla mia strada? Disillusione. Utopie morte. Forse è semplicemente tutto un ciclo. Dov'è il Lazio?
Dove
cazzo
è
il
Lazio?
sabato, 31 gennaio 2009

Gloria fall-ace
per un bacio impostore
di falsario di emozioni.

perso equilibriosperanzafede
perso anche dio
in cosa sperare?

I want someone to fix my me

sabato, 31 gennaio 2009

Nella mia giovinezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d'onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d'alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l'alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l'insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.

U. Saba